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LA SECONDA STAGIONE

Pubblicato: novembre 20, 2013 da Andrea Baldeschi in Quel compiaciuto Giovedì
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C'era una volta un'estate
“C’era una volta un’estate” (Nat Faxon, Jim Rash) nelle sale da giovedì 28 novembre

Il racconto generazionale, prerogativa degli Anni Ottanta, rifugge i centri nevralgici del racconto di formazione della tradizione letteraria, dibattendo, gravitazionalmente, attorno alla repulsione-accettazione-assunzione delle proprie responsabilità, con una straordinaria vena malinconica. Nel secondo decennio dei Duemila, l’indagine sulla corporalità e sul movimento fisico, trova humus fertile nella costruzione dell’identità tipica del passaggio esistenziale tra fase infantile e fase adolescenziale, e viene meno la nostalgia del tempo che fu, a discapito della possibilità entusiastica del presente. Faxon e Rash, attori-autori, parlano di cambiamenti, di adulti prima che di ragazzi, assemblando un mosaico di non luoghi, le cui distanze sono incolmabili e ridottissime, al contempo mura insormontabili e comunanze di intenti e dubbi. La storia di Duncan altro non è che la storia delle direzioni da prendere, degli sguardi da assumere, dei punti di vista da cui osservare e decretare. Una storia di orientamenti sbagliati e di bussole riprese, nel tentativo quotidiano, all’interno dell’allegorico periodo più brutale, animalesco e isolato dell’anno, di ottenere un giudizio, un’opinione, di scegliere una singola strada, tra i molteplici bivi dei rapporti umani, delle reazioni e delle conseguenze, prevedibili o meno. Quella che appare come una costrizione illogica da pellicola contemporanea del nuovo millennio con annessi e connessi (colonna sonora, una determinata messa in scena, una struttura a montaggio sintagmatico), nasce, invero, dalla necessità di allargare, tramite la restrizione del sottogenere del coming of age, una serie di problematiche assolute, non strettamente occluse al vincolo degli anni. Oggigiorno, nella strenua attuazione della fluidità di contesti e identità, la simultaneità tra crescita spirituale e percorso individuale non ha più quel forte legame di parentela degli anni che furono. Ciò che rimane della corrispondenza tra adolescenza e maturazione è ben poco, a dire il vero, ma quel poco è così nascosto, intimo e trascinante, da essere ragion sufficiente per proseguire la propria vita, altrove. Come nello splash finale di uno scivolo d’acqua.

Voto: 7/10

Oscar Parisi

DO IT AGAIN

Pubblicato: ottobre 30, 2013 da Andrea Baldeschi in Quel compiaciuto Giovedì
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questione di tempo
“Questione di tempo – About time” (Richard Curtis, 2013) nelle sale da giovedì 7 novembre

Non è tutto oro, quello che luccica, e un orologio placcato, nel tunnel carpale dell’avantindré per la quarta-d, non è che un ninnolo che allontana e avvicina gente che assomiglia a gente e giù di lì. Discorsi barbini, sia chiaro, tipo che le imprecazioni di un fantamillennio si sono srotolate in asprissimi falsetti da dottoroni, per le cronoconseguenze che vanno rispettate, pena la pubblica ammenda dinanzi al congresso by night del Mensa. Ma deus gratias, quivi le preoccupazioni son ben altre, e ‘sta storia della correzione del tempo a ritroso è microambiente del racconto e del concernere la statura dei legami, ben più forti del titano di cui sopra e di altre pinzillacchere da trequarti film. Vedi la voce tradire, vedi la voce coppia che scoppia, vedi la voce irrealizzabilità del progetto ideato, tutta lanugine ombelicale che viene previamente evitata per gettar magica luce su comunione di destini, ineluttabilità del sangue e costruzione di un placido habit(at) storico che sostanzi e perpetui. Che il gioco è bello perché dura. Actually, love.

Voto: 7/10

Oscar Parisi