Archivio per la categoria ‘Quel compiaciuto Giovedì’

GLI INEDITI: BLACKFISH (2013)

Pubblicato: dicembre 11, 2013 da Andrea Baldeschi in Quel compiaciuto Giovedì
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Blackfish

Genere: Documentario

Durata: 83′

Regia: Gabriela Cowperthwaite

Sulla falsariga della nuova onda di documentari thrilling come “Catfish” (2010), da cui l’acclamata serie di Mtv, e “The Imposter” (2012), “Blackfish” cerca di gettare luce sulla connessione tra l’orca Tilikum, la sua prole, la catena di parchi acquatici SeaWorld e il largo numero di incidenti, talvolta letali, occorsi agli addestratori. Nel gioco delle scatole cinesi, l’indagine va a ritroso, come in un noir d’annata, e l’inchiesta è condotta con piglio sferzante, in perenne oscillazione tra il punto di vista esterno e quello interno alla narrazione, equiparando, così, i pesi di entrambi i piatti della bilancia in un’amalgama di tracotante ferocia. Più che lo stupore e l’indignazione, entra in gioco la meccanica del rimpiattino, con la ricerca affannosa, da parte del fruitore, non dell’autrice, di un’univocità di significato, che mal si intona al cinema del reale contemporaneo. Il documentario diviene così strumento per raccontare storie, drammatizzarle e viverle attraverso la potenza vivida del ricordo, sia esso testimonianza diretta (ambigua, poco chiara, partecipata e per questo vera) o immagine d’archivio (metafisica, oltre il significante, dunque lontana ma richiamabile alla memoria), convogliando l’attenzione attraverso un punto di vista osservativo: il super partes rimane lontano. E menomale. Coinvolgente, volitivo, efficace, per amanti dell’indagine e del sotterfugio. E per orcofili, of course.

LA SECONDA STAGIONE

Pubblicato: novembre 20, 2013 da Andrea Baldeschi in Quel compiaciuto Giovedì
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C'era una volta un'estate
“C’era una volta un’estate” (Nat Faxon, Jim Rash) nelle sale da giovedì 28 novembre

Il racconto generazionale, prerogativa degli Anni Ottanta, rifugge i centri nevralgici del racconto di formazione della tradizione letteraria, dibattendo, gravitazionalmente, attorno alla repulsione-accettazione-assunzione delle proprie responsabilità, con una straordinaria vena malinconica. Nel secondo decennio dei Duemila, l’indagine sulla corporalità e sul movimento fisico, trova humus fertile nella costruzione dell’identità tipica del passaggio esistenziale tra fase infantile e fase adolescenziale, e viene meno la nostalgia del tempo che fu, a discapito della possibilità entusiastica del presente. Faxon e Rash, attori-autori, parlano di cambiamenti, di adulti prima che di ragazzi, assemblando un mosaico di non luoghi, le cui distanze sono incolmabili e ridottissime, al contempo mura insormontabili e comunanze di intenti e dubbi. La storia di Duncan altro non è che la storia delle direzioni da prendere, degli sguardi da assumere, dei punti di vista da cui osservare e decretare. Una storia di orientamenti sbagliati e di bussole riprese, nel tentativo quotidiano, all’interno dell’allegorico periodo più brutale, animalesco e isolato dell’anno, di ottenere un giudizio, un’opinione, di scegliere una singola strada, tra i molteplici bivi dei rapporti umani, delle reazioni e delle conseguenze, prevedibili o meno. Quella che appare come una costrizione illogica da pellicola contemporanea del nuovo millennio con annessi e connessi (colonna sonora, una determinata messa in scena, una struttura a montaggio sintagmatico), nasce, invero, dalla necessità di allargare, tramite la restrizione del sottogenere del coming of age, una serie di problematiche assolute, non strettamente occluse al vincolo degli anni. Oggigiorno, nella strenua attuazione della fluidità di contesti e identità, la simultaneità tra crescita spirituale e percorso individuale non ha più quel forte legame di parentela degli anni che furono. Ciò che rimane della corrispondenza tra adolescenza e maturazione è ben poco, a dire il vero, ma quel poco è così nascosto, intimo e trascinante, da essere ragion sufficiente per proseguire la propria vita, altrove. Come nello splash finale di uno scivolo d’acqua.

Voto: 7/10

Oscar Parisi

Parkland JFK Movie Film 2013 Cinema
“Parkland” (Peter Landesman, 2013) in esclusiva su Rai 3, venerdì 22 novembre

Cinquant’anni non son molti, ma dal secolo breve al nuovo millennio, il passaggio è così radicato, colorito e smarrito che è difficile trovar riparo nelle nuove confidenze dell’etere. Il fatto JFK ha obblighi di scrittura morali e liberatori: lo show non va come previsto, il palinsesto non viene rispettato ma deflagrato, violato nell’intimo e costretto alle estreme. Il tentativo, ahinoi, schiuma concitazione controllata, nell’ecografia del delitto complessivo, che è limite acuto della comune che tutto ama e tutto tocca, rea confessa di aver peccato di disorientamento nel momento del bisogno. Che l’attualizzazione non si in-formi nitidamente non è di acidula gravità, che il tempo filmico non venga onorato, quello sì che è da pena capitale. E l’iperventilazione da ampio respiro romanzesco-televisivo pare più vezzo e olezzo per accattonaggio di proseliti HBO, tanto che in fondo, la tonnara di sguardi sperduti non fa miracolosamente riottenere la coinvolgente cinevista. Occhio non vede (bene), cuore non duole.

Voto: 6/10

DO IT AGAIN

Pubblicato: ottobre 30, 2013 da Andrea Baldeschi in Quel compiaciuto Giovedì
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questione di tempo
“Questione di tempo – About time” (Richard Curtis, 2013) nelle sale da giovedì 7 novembre

Non è tutto oro, quello che luccica, e un orologio placcato, nel tunnel carpale dell’avantindré per la quarta-d, non è che un ninnolo che allontana e avvicina gente che assomiglia a gente e giù di lì. Discorsi barbini, sia chiaro, tipo che le imprecazioni di un fantamillennio si sono srotolate in asprissimi falsetti da dottoroni, per le cronoconseguenze che vanno rispettate, pena la pubblica ammenda dinanzi al congresso by night del Mensa. Ma deus gratias, quivi le preoccupazioni son ben altre, e ‘sta storia della correzione del tempo a ritroso è microambiente del racconto e del concernere la statura dei legami, ben più forti del titano di cui sopra e di altre pinzillacchere da trequarti film. Vedi la voce tradire, vedi la voce coppia che scoppia, vedi la voce irrealizzabilità del progetto ideato, tutta lanugine ombelicale che viene previamente evitata per gettar magica luce su comunione di destini, ineluttabilità del sangue e costruzione di un placido habit(at) storico che sostanzi e perpetui. Che il gioco è bello perché dura. Actually, love.

Voto: 7/10

Oscar Parisi

DEL PELIDE ACHILLE, L’IRA FUNESTA

Pubblicato: ottobre 23, 2013 da Andrea Baldeschi in Quel compiaciuto Giovedì
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Miss violence
“Miss Violence” (Alexandros Avranas, 2013) nelle sale da giovedì 31 ottobre

Nuvoloso è il trasbordo dall’Ellesponto patria dell’etica nicomachea e della verbophilia più pesa, all’Ellesponto tana del meschino, dell’abietto e dei demoni tutti. Si sa giusto che di sti tempi, lì, si bastona alla tasca posteriore di paro paro con il non finissimo trattamento alla De Sade che si devono beccà i manichei, e di bianco vestiti, eredi (il)legittimi del culto della Pallade. Pure l’habeas corpus è una sbiadita polaroid da primi del secolo e l’ennesimo endecasillabo a Zante non è che un “Zeus benedica l’esilio che qua non ci sto più”. A serbian scelta tra Ade e Ade, insomma, ma col beneficio del dubbio, e persino quando la parentela del rito viene meno, conviene accompagnar l’uscio, che ‘sto frescolino da libera uscita in libera terra t’appesta le mura. Quindi, whodunit? Non ci sono vicini nei paraggi, solo l’acerrimo grottesco da spudorata confusione tra parti, generi, posizioni. Oblio ai fanalini da prima pagina e alle dialettiche scandalistiche da pensione, alle barbe lunghe pro-estetica del millennio e agli schiaffoni premontati, lunga vita alla strizzatina d’occhio e alle sciarade e alla legge dei rebus. Cattivissimi, loro, quelli sì.

Voto: 7/10

Oscar Parisi