RIFLESSI IN UNO SPECCHIO NERO

Pubblicato: novembre 27, 2013 da Andrea Baldeschi in Cinexperience
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Dietro i candelabri
“Dietro i Candelabri” (Steven Soderbergh, 2013) nelle sale da giovedì 5 dicembre

Consumato lo script della menzogna, trapassata la messa in scena della videocassetta, terminato l’impulso a sette note del desiderio, ciò che risplende di una stella morta è lo spettacolo. Soderbergh avvince una storia di topos letterari, aggregando materiale drammaturgico fino agli eccessi, montando un teatro del luccichio, nella sua formalmente gelida e prepotente pacatezza. Gli occhi si gonfiano di lacrime, del bagliore stesso di cui riluciamo, come se indossassimo un completo a paillettes con uno strascico lungo cinque metri, il più lungo del mondo, davanti ad una superficie riflettente: quando l’epica cinematografica perde in soluzione di continuità, è perché attinge solo ed esclusivamente dall’immagine nello specchio di fronte, tralasciando i miti e la funzione principe da cui ha preso origine, ludica e/o aggregativa che sia. L’asse di ripresa simmetrico è, così, opulenta dichiarazione d’intenti nel meccanismo panico dell’allegoria (a inquadratura corrisponde senso e viceversa), ed è quindi l’identità del fruitore ad essere chiamata in ballo per colmare gli evidenti gap iconico-semantici di una storia altrimenti cauterizzabile dopo la due ore di durata dello stesso organismo filmico. Ed è appunto l’appiattimento, sia esso estetico, filmico o profilmico, l’omologazione di vedute e punti di osservazione, la presunta obliquità e plurivocità, che invece rivela un catasto asfissiante di mancanze di senso e ritmo vivo, vitale e realmente partecipativo, a rendere ancora più simili i soggetti che muovono sullo schermo agli oggetti che partecipano di esso sedendo sulla morbida poltrona. Nel rivolgersi a questi ultimi, oramai assenti giustificati e, anzi, non necessariamente graditi, che la settima arte ritorna alla catarsi del pianto liberatorio, alla tensione verso il (non) finito, all’emozione pura del climax romanzesco. Essa ci guarda in faccia non più come esseri pensanti, non più come ideali traduttori di un codice ferreo e comunicativo, ma come enti perfettamente percipienti, alludendo alla dilatazione dei tempi tipica del film d’autore, che concede un’immediata e dannosa transcodifica del segnale in ingresso (il flusso delle immagini con il suono), e ce ne vuole far comprendere a tutti i costi la perniciosa devianza. Che ci voglia un’ora e mezza o una vita intera.

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